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AMARCORD ENIO HOME PAGE

 

9 dicembre 2002

Domenica, primo giorno di un settembre 2002 strano, iniziato in maniera incolore e finito in un pronto-soccorso di un ospedale di Monza, il San Gerardo, attaccato a una quantità di elettrodi lottando tra la vita e la morte nel bel mezzo di un infarto...

 

I giorni passano velocemente e dopo aver fatto il mio ciclo esercizio mattutino, mi piace girare per la città in cerca di cose curiose da poter fotografare e magari mettere nel mio sito web, si il pomeriggio lo passo spesso al computer, tanto che ne sono diventato un maniaco. Come dicevo, mi piace girovagare per i borghi, senza una meta precisa per conoscere anche personaggi della mia nuova città. Donatella questo sabato lavora e io camminando qua e la in attesa che venga mezzogiorno che poi si va da qualche parte a mangiare qualcosina, magari al Pedavena, la più antica birreria di Trento, dove fanno dei canederli con i crauti da leccarsi i baffi, sono arrivato in via Fiume davanti alla bottega del mio nuovo amico Sergio. Tempo ne ho e decido di entrare per salutarlo. Aperta la porta a vetri della bottega, subito ti viene incontro un acre odore di mastice che, mescolandosi all'odore del kerosene della vecchia piccola stufa, si spande nel silenzio, rotto ogni poco dal rumore di un martello. Sui ripiani degli scaffali in legno, dietro il bancone, sono stipate almeno duecento paia di scarpe rattoppate. Una vetrinetta conserva come reliquie vecchi tubetti di creme e spazzole ed altri elementi da calzolaio. Di fronte una vecchia Singer a pedale. Aspetti qualcuno senza impazienza, perché i muri ingialliti e un po' scrostati, il tubo della stufetta che si innesta nel soffitto, la luce che pende dall'alto di un tubo al neon, ma soprattutto tutte quelle scarpe sformate e fuori moda, dalla punta rialzata, dai lacci mancanti, tutte queste cose ti fanno compagnia suggerendo immagini della vita che passa, di una giovinezza irripetibile. Quella galleria di scarpe sempre più appare come una metafora di esperienze: delusioni, illusioni, amarezze, rimorsi. Un tacco nuovo fiammante e una suola nuova di zecca non cancellano il passato. Vedendole lì ammassate e dimenticate, quelle scarpe suggeriscono suggestioni di un abbandono. Ed è un senso di abbandono che stride e che sa di ingratitudine, leggere il proverbio scritto nel quadretto alla parete: «scarpa vecia no la fa mal». Il martello tace e la tenda che separa la bottega dal retro si scuote. Con gli occhiali sulla punta del naso e la larga pelata tra da due abbondanti ciuffi grigi che fioriscono sopra le orecchie, con il grembiule blu imbrattato di pece che copre un camicione di flanella, Sergio si ferma

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lì con la tenda in mano e garantisce: «Ancora do minuti e le ho finide, le to scarpe». Mi invita ad entrare nel retrobottega girando torno torno ad un cono di un centinaio di scarpe vecchie da riparare buttate alla rinfusa, sulla cui cima spunta un dischetto-giostra con chiodini di tutte le misure. Accanto un pennello, due pinze, il martello, il barattolo della Nutella con dentro la colla. C'è di tutto ed altro ancora. Si siede sullo sgabello, torna a mettersi gli occhiali a cavallo del naso e quasi sparisce dietro la montagnola di scarpe. «En dì o l'altro sero, basta son stuf. Caro mio, i è quasi setanta», sospira rivolto al tacco rifatto di una scarpa destra dalla cui suola strappa il bigliettino bianco con il cognome incollato. Lo ascolto distrattamente, osservando i suoi piedi sommersi dal cumulo delle scarpe, decifrando il quadretto alle sue spalle di San Crispino protettore («sora», dice lui) dei calzolai con un santino della Madonna Addolorata accartocciato e fissato in un angolo tra vetro e cornice. Sono almeno quattro o cinque stagioni che, puntualmente, Sergio dice di essere stufo e che «ancora qualche mes e dopo sero... che i se faga benedir tuti».

 

         

Anche gli «oooh», arricchiti qua e là di qualche «te gai propi resòn!» si ripetono puntuali ad ogni stagione e viene il dubbio che ci si prenda in giro vicendevolmente, tanta è la banalità delle frasi che ci scambiamo. «Pensa che - continua in un soliloquio mormorato e interrotto ogni tanto dal rapido gesto di lasciar cadere gli occhiali sul grembiule per poi inforcarli nuovamente - pensa che sto sgabèl su cui son sentà el gha setanta ani, tanti quanti tuti sti atrezi che i è i stessi de me por papà. E mi, sora chì, son sentà a laorar da zinquataquatro ani. Quaranta chì su'n zima a via Fiume,quatordese, zento metri pù soto. Me papà, a Trent, da Povo, l'era vegnù'n del vintizinque». Questa volta lo ascolto con vero interesse perché, pur sapendolo uno dei protagonisti dell'artigianato storico della Bolghera, non ricordavo che per Sergio fossero così tanti gli anni di lavoro in un laboratorio, sempre sulla medesima strada, andando a casa e al lavoro a piedi sempre sulla medesima strada, sempre dalle sette la mattina alle sette della sera, primavera, estate, autunno, inverno per cinquantaquattro anni. Questa volta, mentre lui, seduto, continua a rivolgersi ai tacchi delle scarpe, in piedi lo seguo con attenzione e, parlandogli quasi addosso alla pelata, interrompo il suo racconto chiedendogli precisazioni. Suo padre Giovanni, morto a 37 anni nel 1943, aveva avuto a Povo negli anni Venti un calzaturificio che aveva dovuto chiudere per la crisi della fine di quel decennio, trasferendosi quindi in una bottega più piccola, ben settanta anni fa, appunto in via Fiume. Lì, Sergio, agli ordini della madre vedova aveva

imparato a battere chiodini, scucire tomaie, tagliare suole, piegare il cuoio, a incollare e a lucidare. Aveva imparato a fare scarpe su misura, soprattutto in favore di qualche zoppo, gente sfortunata che oggi - dice Sergio- chiamano portatori di handicap. Dopo aver fatto sospirare il lavoro per una settimana finalmente sta davvero finendo. Come ogni artigiano che si rispetti, infatti, le due giornate che chiede Sergio Moser per fare un lavoro diventano sempre quattro o cinque. Ma non importa. Lui, con un collega che lavora a poche centinaia di metri di distanza, è rimasto il solo in tutta Trento a fare il ciabattino classico. Si alza, si pulisce le mani nel grembiule, prende da una pila di quotidiani vecchi un paio di pagine e incarta le scarpe che poi affonda in un sacchetto di plastica strapazzato. «Tre euro, va là, ma perché te sei ti», lusinga rispondendo alla richiesta. Poi lascia cadere sul grembiule un'altra volta gli occhiali trattenuti dal cordoncino e facendo strada attraverso la tenda si ferma davanti ad una porticina di un armadio. Mi spiega che dentro vi sono le scarpe che i clienti hanno portato a far riparare, anche per lavori costosi, e che mai più nessuno, ormai da qualche anno, non va a ritirare. E lui, giustamente, trascorso un certo tempo, regala quelle scarpe, costategli fatica e materiale, ai poveracci e a coloro che, soprattutto extracomunitari, gliele chiedono. Sospira, Sergio, che i tempi sono cambiati, lamentandosi che nessuno più gli chieda un paio di scarpe su misura, ricordando di aver fatto credito, nei decenni passati, alle persone che non avevano i soldi per pagare. «Gaveven - spiega - en libret su cui noteven i crediti de quei che i podeva darne soltant'n aconto. Come succedeva'n dele boteghe de pan e'l late e co i alimentari. Ma adess no l'è pu cossì. Per fortuna. Ensoma. Così l'è, cossa vot che te diga, mi a casa a far nient no me vedo propi». «Ma scusa - obietto - no avevet dit che tra qualche mes..». «Miii? Mi no. Mi, finchè gò la salute, continuo a lavorar». E' già ora di pranzo, lo saluto affettuosamente e mi avvio verso Piazza Cesare Battisti, all'1.00 Donatella finisce e si va a mangiare qualcosa.

 

 

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